In Grecia, il dibattito sul lavoro si accende come non mai. Mentre le piazze di Atene si riempiono di slogan e bandiere sindacali, il Parlamento si prepara a votare una riforma destinata a cambiare il volto del mercato del lavoro ellenico: la possibilità di lavorare fino a 13 ore al giorno nello stesso impiego, per un massimo di 37 giorni all’anno.
Il governo conservatore di Nea Dimokratia, guidato dal premier Kyriakos Mitsotakis, difende la misura come un passo verso un “lavoro giusto e flessibile per tutti”. Ma per i sindacati e l’opposizione, la riforma è tutt’altro: un attacco frontale ai diritti dei lavoratori, un ritorno – come recitano gli striscioni – “al Medioevo del lavoro”.
Il contenuto della riforma
La proposta, firmata dalla ministra del Lavoro Niki Kerameos, consente alle aziende di impiegare lo stesso dipendente per 13 ore al giorno, con un compenso maggiorato del 40%. La condizione, però, è che l’estensione dell’orario sia “volontaria” e non possa superare i 37 giorni l’anno.
Non è la prima volta che il governo greco interviene in questa direzione. Già nel 2023, una legge aveva permesso ai lavoratori di arrivare alle 13 ore quotidiane, ma solo se impiegati da due diversi datori di lavoro. Ora, invece, la possibilità si estende anche all’interno dello stesso contratto.

Le proteste: “Si legittima la schiavitù retribuita”
Le piazze, intanto, si infiammano. La Confederazione generale dei lavoratori greci (GSEE) denuncia che la riforma “mette a rischio la salute e la sicurezza dei dipendenti e distrugge qualsiasi equilibrio tra vita privata e professionale”.
Secondo i sindacati, la cosiddetta “volontarietà” è solo apparente: con stipendi tra i più bassi d’Europa e un mercato del lavoro precario, pochi avranno davvero la libertà di dire no. “Molti saranno costretti ad accettare per sopravvivere”, si legge in una lettera inviata al Ministero del Lavoro.
Le opposizioni non risparmiano le critiche.
Per Nikos Androulakis, leader del PASOK, il governo “sta smantellando in modo sistematico i diritti dei lavoratori”.
Sulla stessa linea, Sokratis Famellos di Syriza parla di “un Paese di impiegati poveri che lavorano più della media europea ma guadagnano meno”.
I dati Eurostat confermano il malessere: in Grecia si lavora in media 39,8 ore settimanali, contro le 36 dell’Unione Europea, mentre il potere d’acquisto resta il penultimo nel continente, appena sopra la Bulgaria.
La difesa del governo: “Nessuno sarà obbligato”
La ministra Kerameos, intervenendo in Parlamento, ha respinto con decisione le accuse:
“Ci sono lavoratori che chiedono di poter lavorare di più. Chi non vorrà fare straordinari sarà tutelato.”
Kerameos ha anche sottolineato che la misura riguarda solo pochi giorni al mese, e che servirà a regolarizzare una realtà già esistente:
“Molti dipendenti oggi si spostano tra due lavori senza guadagnare di più. Con questa riforma potranno farlo nello stesso luogo, con una paga più alta e meno stress.”
Flessibilità o sfruttamento?
La riforma greca riapre una questione che attraversa tutta l’Europa: quanto può essere spinta la flessibilità del lavoro senza trasformarsi in sfruttamento?
In un’epoca in cui il tempo libero diventa sempre più un lusso, la scelta di estendere la giornata lavorativa fino a 13 ore suona come un paradosso. È davvero una conquista poter lavorare di più, o è il segnale di un sistema economico che non riesce più a garantire salari dignitosi?
Uno specchio per l’Europa
La Grecia, da sempre laboratorio di esperimenti economici e sociali, potrebbe ancora una volta anticipare tendenze che presto toccheranno altri Paesi.
In nome della “competitività” e della “modernizzazione”, il rischio è che l’Europa finisca per confondere la libertà di lavorare con la necessità di farlo per sopravvivere.
Nel frattempo, ad Atene, i lavoratori continuano a scendere in piazza. Non solo per difendere il limite delle otto ore, ma per affermare un principio più profondo: che il tempo – come la dignità – non dovrebbe mai essere messo in vendita.
Fonte: RaiNews.it